Forse il primo vero Natale

La sentenza è arrivata: Linfoma di Hodgkin.

Il mio primo pensiero è stato quello di guardare al futuro, assicurarmi che questo mostro non si portasse via il desiderio di diventare mamma un giorno.

Nessun pacchetto colorato, nè spese di regali, nè passeggiate e risate tra la folla con i miei più cari amici. Eppure questo tumore schifoso qualcosa di buono lo sta portando.

Mai come quest’anno sento lo spirito natalizio, le assenze ci sono sempre ma non sono lancinanti, perché sono inondata di Amore vero, è cambiato tutto, è cambiato come vedo le cose, perché quando devi lottare per sopravvivere, quando c’è un male che sta crescendo dentro di te e si vuole prendere la tua vita, ti cambia.

So che ora è ancora “facile” , perché non ho ancora iniziato le chemio…sarà orribile non riconoscersi allo specchio tra qualche mese, ma voglio vincere! Voglio lottare per tutte le persone che amo e che mi amano.

 

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San(a)mare

Finire molto prima, e prima di rinchiudermi in una stanza umida nel cuore della mia città, sgobbando su scartoffie e destreggiandomi su scadenze, chiedo:

-Quanto dista il mare?
– Ehi, sono due minuti, prosegui per quella strada.

C’è un sole caldo, anche se si respira l’autunno.
Mi incammino, sempre con le cuffiette che sparano a palla musica giusta al momento giusto. Passo veloce tra la folla di turisti e signore di mezza età borghesi nel vestire e nell’andare placido, impadronendosi della strada.
Ho girato l’angolo, ed ecco che l’ho rivisto dopo un anno, un sole sfavillante lo illuminava,
il vento lo accarezzava forte come un amante.
Le persone danno per scontato le più piccole cose, io ho imparato a non farlo.
Mi sono seduta sul ciglio dei basolati dove le onde si infrangevano con dolcezza.
Volevo piangere di gioia, per essere lì… perché un anno fa, ero in un letto con una
flebo attaccata al braccio, precipitando nell’inferno buio della depressione.
Non sono riuscita a piangere, forse il sale che mi entrava nei polmoni ha fatto da barriera al sale delle lacrime.
Non lo so, so soltanto che i pensieri andavano con le onde, mi sentivo, sentivo me stessa.
So che la strada verso la guarigione è ancora lunga, ci saranno delle piccole ricadute come la settimana scorsa, ma ho la consapevolezza di potercela fare, perché tutto cambia intorno a me, ma non cambia il mio cuore.
Nel riflesso dell’acqua ho visto ciò che porto dentro, la bellezza di donarsi senza freni,
la cura che metto verso le persone che amo, il coraggio di non arrendermi a quella stronza di morte interiore, che ogni tanto fa sentire il suo fiato sul collo.
Io ci sono, e c’è Dio al mio fianco, c’è l’amore nel mare che mi ha cullato e si è preso cura di me, c’è amore dentro di me che cresce poco a poco.
marena
I pescatori dalle mie parti dicono: “O’ mare sana!”

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Il risveglio dell’inconscio genera mostri

La vita scorre regolare, le proprie battaglie, le piccole vittorie, problemi di salute che si accatastano, la stanchezza di prepararsi per andare ad “appuntamenti” con medici, file, prenotazioni, metro affollate, lettore mp3 che urla nei timpani le canzoni dello stesso colore dell’umore.
Qualche sorriso, uscite con le amiche, conoscere uomini interessanti ma che tengo tutti sulla soglia, come davanti ad un plotone d’esecuzione, davanti alle mie cicatrici ancora sanguinanti pronte a far fuoco.
Altro non c’è, i ricordi non ci sono, il pensiero ossessionante non c’è. Di giorno non c’è.
Quasi dimentichi, presa da altro, da un quotidiano più lungo delle mie gambe stanche.

Poi la notte, l’inconscio si sveglia, e di nuovo ti ritrovo. Incubi, strani sogni, io che porto dentro una vita, la paura di te. Poi altri sogni, sempre oscuri, sempre spaventosi.
Distruggerti nel quotidiano forse non basta, o forse serve mantenerti in vita ancora nelle pieghe profonde di me. Forse sei come una cicatrice, servi a ricordarmi la vittoria, ciò che sono riuscita a superare, a non dimenticare il male che tu hai fatto.
C’è ancora tanto da fare, lavoro su me stessa.
Intanto la giornata va di merda, grazie alla notte passata insieme a fantasmi.

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Lettera ad una nemica

E lo so, tu non c’entri niente, e non sei mai stata carnefice, neppure se lo hai desiderato mentre era ancora mio.
Non ti ho mai odiato, perché chi è legato già ad una persona è l’unico vero responsabile.
Poi ho provato pena, perché mi sono accorta che hai preferito bollare come gelosia la mia rabbia, perché eri riuscita ad ottenere ciò che io, anni fa, sognavo.
Sai, io lo so che è molto semplice così, che è l’unico modo con cui si può riuscire a convivere con certi fantasmi, con certe verità che non vuoi assolutamente sentire, ma che sai che sono reali. Allora ti tappi le orecchie, metti una benda davanti agli occhi e ti racconti la tua verità immaginaria, quella che ti fa stare bene.
Non importa poi che con il vestito bianco hai calpestato la tua dignità, non importa se chi ti aspettava all’altare era colui che aveva pugnalato entrambe. Non importa che per colpa sua, meno di una settimana prima del vostro matrimonio, mi ero ritrovata alla mia giovane età in una sala d’attesa di un reparto psichiatrico.
Non importa. Ma importa che la tua disperata vigliaccheria, specchio della sua, mi ha salvata. Sì, in qualche modo ti devo la mia salvezza.
Perché colui che è ora il TUO mostro, ha perso ogni potere su di me.
La rabbia c’è ancora, l’amarezza dell’aver permesso di farmi annegare in un inferno durato anni, di aver amato più della mia vita un essere abominevole, ma credo che sia pur umano.
Anche se inconsapevolmente hai condannato te stessa, hai salvato me.
Buona fortuna, credimi, ne avrai davvero tanto bisogno.

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Respirare o vivere?

“Essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.”

Quando possiamo definirci vivi? Quanto è grande questo sforzo?
L’anima è un qualcosa di materiale, eterna, dicono, eppure sembra che possa spegnersi, ed allora siamo solo un involucro che respira, che cammina, ma che non è pervaso dalla sacra fiamma della Vita.
Quand’è che abbiamo permesso al mostro di soffiare sulla nostra fiamma interiore, com’è potuto accadere di ritrovarsi a fissare il soffitto in cerca di un modo per riaccenderla quella fiamma?

E’ come nuotare in una piccola boccia per pesci, è tutto ovattato, e non si avverte nulla, solo che si è in trappola.

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Averno

Virgilio, Eneide (VI, 126-129)

Facilis descensus Averno:
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed revocare gradum superasque
evadere ad auras,
hoc opus, hic labor est.

Scendere agli Inferi è facile:
la porta di Dite è aperta notte e giorno;
ma risalire i gradini e
tornare a vedere il cielo
qui l’opera, qui la vera fatica.

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Quando sei all’inferno il tempo sembra non passare mai, e poi in un batter d’occhio ti accorgi che sono passati mesi, e tu sei lì.
E’ come un pozzo, un cono nero di un vulcano, la forza ce l’hai, o cerchi di trovarla in qualche modo, e sei consapevole che quando riuscirai a “rimirar le stelle”, sarai una persona diversa, perché una persona che riesce ad uscire dall’inferno, non torna come prima, torna diversa, cambiata e senti dentro di te che comunque è meglio così, perché sarai sicuramente più forte di prima.
Mentre però sei ancora dentro, in quel buco nero, ti senti tutta la fragilità di questo mondo, bisogna insistere, e allora ecco che cerco di scalare in continuazione le pareti.
Ho imparato a memoria le fessure su cui poggiare le mani, quanta forza impiegare per sollevarsi e guadagnarsi mezzo metro verso l’alto.
Succede che però quella maledetta parete è friabile e scivolosa, come può essere la vita con tutte le sue fragilità. Ecco che ricaschi con il culo nel fango e la luce è ancora lontana.
Sai bene come deve andare, giornate passate per terra, nella fredda melma di terrore inspiegabile, di mancanza di respiro e di voglia di guardare il soffitto per ore.
Poi arriverà il giorno in cui bisognerà ritentare a scalare quella parete.
Io non lo so quanto impiegherò, ora ci sono solo pensieri bui, ma sento dentro di me che riuscirò a farcela, a liberarmi ed uscire da questo inferno…

In un modo o nell’altro.

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Sfavoliamo la realtà

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Quando una donna dichiara che non crede nelle favole, subito viene etichettata come cinica, non sognatrice, arida.
In realtà le cose stanno diversamente.
Una donna così crede nei sogni, nell’amore e vuole realizzarli nella realtà, è questa la magia.
I principi azzurri non esistono, esistono uomini che ti possono rendere felice davvero o ingannarti e renderti infelice a vita . Ci sono uomini imperfetti, come è giusto che sia e uomini malvagi.
Le favole ce le raccontiamo ancora, malgrado sappiamo che sia tutto finto, abitiamo in un castello bellissimo fatto di illusioni, con una piccola finestra sul mondo che, spesso, non vogliamo neanche vedere.
Ci sono donne, come me, che sono state addormentate per anni,  rinchiuse in una altissima torre d’avorio, rifugiandosi nelle illusioni, negli inganni che avevano un buon odore, e nella conseguenziale speranza che il proprio principe, un giorno forse, si sarebbe liberato da chissà quale sortilegio.
Poi, finalmente, è arrivato il bacio della realtà, come d’incanto si aprono gli occhi, e si realizza che il principe, in realtà era la bestia in questa favola.
La principessa rinchiusa dalla bestia nella torre, si libera e si trasforma in una Donna.
Una Donna che spera un giorno non di trovare ingannevoli incantesimi di principi dalle mille maschere, ma soltanto e semplicemente un Uomo e il suo amore.

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Il mio inizio

Pensavo che mi avrebbe spezzato vederti sposato, invece, non ho provato nulla, se non un senso di liberazione.
Perché tutto l’enorme potere che avevi su di me se ne è andato insieme all’amore  che provavo per te e che già si era spento tempo fa.
D’accordo ci ho sofferto, questi mesi sono stati durissimi per una serie di cose, anzi sono stata così male da dover assumere altri farmaci, però ho tenuto duro, ho lottato. Perché io ho visto e vissuto cose peggiori, io dalla notte sono sempre ritornata più forte. Forse questa è durata un po’ più a lungo, ma ho continuato a lottare, perché io sono così. Crollo, ma non smetto di lottare.
Ora per me sei un capitolo definitivamente chiuso, rimane solo un senso di amaro in bocca per aver amato e sprecato tempo ed energie per una persona malvagia e spregevole come te, un narcisista psicopatologico, invece di amare con tutta la forza di cui sono capace  un uomo onesto e perbene e sano di mente.
Ma io so che sono capace di amare, e tu mi sei servito a riconoscere i bugiardi e i cattivi delle favole.
Ora è come se entrambi fossimo su meridiani opposti, uno segna la notte e l’altro il giorno.
Da me, per esempio, è l’alba di un nuovo inizio.
Io non ti auguro nulla, perché penso che i conti si facciano alla fine e, al netto di tutto, nulla di te conta più ormai. In ultimo ritengo che sia già abbastanza grande il carico di energia negativa che tu hai accumulato e che dovrai scontare nel tempo che ti resta.
Gli auguri più sinceri li faccio a me, per questo nuovo giorno:
mi auguro il contrario di quello che hai tu. Mi auguro un amore sincero e puro, mi auguro un amore a cui io possa dare le spalle senza la paura costante del tradimento o della pugnalata. Mi auguro la determinazione e il coraggio. Mi auguro di sapermi assumere sempre le mie responsabilità. Mi auguro di conservare intatta la mia coscienza e di riuscire sempre a dormire la notte. Mi auguro di non snaturarmi, di non perdere la mia umanità, mi auguro sorrisi senza ombra. Mi auguro la luce negli occhi e la speranza sempre accesa. Io sono libera ormai.
In questi giorni di Luglio, chi ha vinto sono io.
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Reparto Maschile

fazzoletto

Curioso come un qualcosa di così banale, futile, possa ricordarti il tempo perso, la perdita di alcune abitudini, l’estraneità a un certo mondo. Penso di aver realizzato che, per quanto conosca l’universo maschile o per quanto abbia amici maschi, sono estranea ormai alle loro abitudini, al loro mondo, alle loro cose da tanto, troppo tempo.
Metti un pomeriggio che rivedi un’amica ed il suo fidanzato, e che prima di andare a prendere un caffè insieme, entri con loro in un grande negozio, e ti ritrovi nel reparto maschile, dopo anni.
E’ strano, sembra stupido, ma erano davvero anni che non mi ritrovavo a girare tra camicie, cravatte, vestiti eleganti, un intero mondo maschile così lontano.
Sentivo di essere come un’aliena sbarcata in un ambiente misterioso.
Anni fa,  non mi sembrava così strano, sia per trovare il regalo adatto, sia nel fare shopping insieme al mio uomo.
Mi rendo conto di essermi completamente disabituata a certe cose, perfino alla vista di futili oggetti; non è bastato frequentare vari uomini per un po’ di tempo, perchè quella sorta di intimità nella quotidianità delle piccole cose, io non l’ho più provata.

Ho realizzato che dopo 5 anni di “singletudine”, ho cambiato i miei progetti, sono cambiati i sogni, sono diventati più pragmatici e più incentrati su me stessa.
Passano gli anni e mi sento così lontana da certe dinamiche, sento un’estraneità a cose che fino a poco tempo fa davo per scontato nella mia vita: un amore, una casa, una convivenza, un figlio con già un nome.
Più passa il tempo e più certe cose ti spaventano, diventi più selettiva nel guardare un potenziale partner, tendi a tenerti stretta quell’equilibrio precario e fragile che a stento riesci a tenere in piedi ogni giorno.
E’ vero, sono diventata forse un Sole ora, ruoto su me stessa e non più intorno a qualcuno,
ma sento in qualche modo che, in questa condizione, tutto attraggo, e nulla trattengo.

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Amarsi a 28 Anni

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Fūrin (風鈴 – ふうりん – hūrin), composto da “hū” – vento – e “rin” – campana – assume in italiano il significato di “campanella al vento”.
Il furin è stato introdotto in Giappone dalla Cina, è tradizionalmente costituito da un involucro tondeggiante (all’inizio di ghisa, ora sempre più spesso di vetro, ceramica, porcellana ma anche di legno) a cui viene di solito attaccata una lunga striscia di carta su cui viene scritta una poesia o una preghiera. Normalmente queste campane vengono appese ai bordi dei tetti dei templi o anche ai rami degli alberi, e si pensa che possano tenere lontani gli spiriti maligni dalle proprie abitazioni e portare la felicità.
Se dovessi scegliere una sensazione che mi auguro, sarebbe proprio quella che si prova ascoltando il suono del tintinnio di tale oggetto al passaggio del vento. Una serenità, una resa dell’anima al soffio leggero della vita, e sapere che ormai sono lontani gli spiriti maligni dal mio cammino.
A 28 anni si ha ancora un ventaglio di scelte e possibilità innanzi a sé. Ho viaggi da fare, emozioni da vivere, amicizie di cui prendermi cura. Ho un paio d’occhi da incontrare ancora, e di cui innamorarmi, anche se ora non so ancora quale sarà il suo nome. Sono gli anni della libertà della scelta, della faticosa bellezza nella costruzione del proprio futuro, anche forse della paura dell’ignoto.
Ma c’è vento. Il vento è vita, non c’è l’aridità del deserto di scelte senza ritorno.
Tutto è in movimento. Ed io con esso.

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